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[Riflessione] #33: Uscire dalla modalità Sopravvivenza

Ultimamente, qualcuno (di origine straniera) mi ha confidato che non riusciva a godersi i suoi successi: appena raggiunto un obiettivo, sentiva che doveva già preparare il prossimo. Come immigrata, riconosco molto bene questo funzionamento. Gli immigrati vivono in una forma di instabilità permanente, basta un contratto rotto, una malattia, un cambio di legge, un documento mancante… per avere l’impressione di tornare al punto di partenza. E non credo che sia una cosa esclusiva degli immigrati, ma è uno schema che vedo spesso.

Un’amica, privata dell’amore genitoriale, vive dall’infanzia in modalità “sono indegna di essere amata”. Per lei, i rari segni di approvazione da parte di sua madre arrivavano solo condizionati (un buon voto a scuola, un diploma ottenuto), mai incondizionati. La sua autostima è così fragile che fa fatica ad accettare i miei regali, come se l’amore le fosse del tutto estraneo; si sente indegna e cerca subito di “ricambiare”, mentre io non mi aspetto nulla in cambio.

Altre non riescono a stare senza fare nulla. Da piccole, appena si sedevano sul divano, i loro genitori le spingevano a fare i compiti, a fare la doccia o ad andare a dormire. Bisognava essere sempre occupati, e non hanno mai imparato cosa significhi davvero riposarsi.

Questa spirale di automatismi in cui strategie di protezione passate (ipervigilanza, diffidenza, produttività compulsiva) diventano barriere invisibili alla gioia, al riposo e alla realizzazione. Infatti, quando si è conosciuta la sopravvivenza, si tende a rimanerci. Anche se la situazione migliora, si resta iperprudenti, sempre a preparare l’uscita di emergenza nel caso tutto crolli. In “Via col vento”, Scarlett O’Hara, traumatizzata dalla guerra, è rimasta in modalità sopravvivenza anche quando è ridiventata ricchissima perché aveva troppa paura di perdere di nuovo la sua fattoria.

Siamo in molti a essere passati di lì: gli anni dell’università in cui si aveva appena abbastanza per pagare l’affitto e fare la spesa, il primo lavoro mal pagato… Ma a un certo punto, diventa necessario disimparare questi riflessi, uscire davvero dalla modalità sopravvivenza. Perché rimanendo in modalità sopravvivenza, blocchiamo l’accesso all’abbondanza, alla bellezza (la bellezza ha bisogno di una mentalità di abbondanza), alla libertà, alla creazione e soprattutto all’elevazione spirituale (per questo siamo qui).

Il nostro sistema nervoso autonomo ha due grandi rami: il sistema simpatico, che gestisce l’attivazione, la lotta o la fuga, e il sistema parasimpatico, che permette il riposo e il recupero. Quando viviamo in modalità sopravvivenza quasi costante, la maggior parte della nostra energia viene assorbita da queste risposte allo stress: combattere, fuggire o bloccarsi.

Ecco perché è essenziale imparare ad abbandonare la sopravvivenza e ad attivare maggiormente il sistema parasimpatico. La sfida è inviare al nostro corpo il messaggio: « Sono al sicuro adesso. » Ciò passa attraverso il comfort, il permesso di farsi del bene e di trattarsi con dolcezza.

Quando ci permettiamo il comfort (fisico ed emotivo) segnaliamo al nostro sistema nervoso che è al sicuro, permettendo così una transizione dallo stato simpatico (sopravvivenza) allo stato parasimpatico (recupero e creazione).

Offrirsi del comfort è alla portata di tutti: praticate la coerenza cardiaca (6 respiri al minuto per 5 minuti ogni giorno), optate per lenzuola in raso di cotone, sostituite progressivamente i vostri vestiti in poliestere con cotone, lino, lana o della seta (su Vinted, ho trovato un sacco di articoli nuovi per meno di 30€). Di tanto in tanto, regalatevi un massaggio o un trattamento del viso. Prendetevi del tempo sul divano a non fare nulla (nemmeno scorrere sul telefono, solo lasciare vagare i pensieri), accendete delle candele, invitatevi al ristorante senza un motivo particolare, incontrate solo persone che apprezzate davvero e che vi trattano con rispetto…

Se siete nella stessa barca e fate fatica a disimparare la modalità “sopravvivenza”, vi raccomando la serie di video “Soft 60” di Shania Khan che ho scoperta recentemente. Si rivolge alle ‘girl bosses’ troppo stanche di essere nella performance. Ogni giorno porta un esercizio concreto per uscire da questa dinamica. È una bella porta d’ingresso per capire cosa significa quando si dice ‘love yourself’.

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