Riflessione,  TDM

[Riflessione] #41: La distruzione dei libri è un’attività di fondo

La notizia secondo cui Anthropic avrebbe comprato milioni di libri per tagliarne il dorso e scansionarne il contenuto, per poi gettare via l’intero libro, ha fatto il giro del mondo. Le persone ne sono inorridite e parlano di 1984, Fahrenheit 451. Si parla però, per ogni titolo, diun solo esemplare sacrificato tra altri che circolano ancora nel mondo, non di un tentativo di far scomparire un’opera comprando tutte le sue copie. Detto ciò, per titoli rari o esauriti di cui restano solo poche copie conosciute, sacrificare “un solo esemplare” può, di fatto, equivalere a distruggere uno degli ultimi superstiti di un’edizione. Ma non sappiamo se esemplari rari facessero parte del lotto. La sfumatura merita di essere precisata: non è censura organizzata, ma non è nemmeno un gesto del tutto privo di rischi per il patrimonio. P/s: La distruzione dei libri di Anthropic è avvenuta perché, quando non distruggeva i libri utilizzando i file digitali di libri già scansionati, si è beccata una causa.

Senza voler difendere Anthropic, trovo strano che ci si indigni tanto per un solo attore, mentre la distruzione dei libri è un’attività di fondo, permanente, che non fa mai scandalo. Conosco privati che distruggono i propri libri per scansionarli: vengono sempre criticati aspramente, tanto che nella comunità che digitalizza i libri queste persone restano anonime. Per avere una versione scansionata di qualità, il più delle volte bisogna tagliare il dorso e scansionare in massa. Una persona mi ha già passato la scansione di un libro raro pubblicato in sole 1000 copie, chiedendomi di non rivelare mai il suo nome, perché non voleva essere additata per aver distrutto un esemplare raro. Ma è grazie a questo sacrificio (un solo libro massacrato) che si è potuto farne un ebook diffuso su scala ben più ampia rispetto alle 1000 copie iniziali.

Questo privato è l’albero che nasconde la foresta. Il numero di libri distrutti ogni giorno, senza nemmeno essere scansionati, è enorme, e nessuno ne parla: gli editori mandano al macero le copie invendute a pallet interi, le biblioteche scartano le loro collezioni per fare spazio, le librerie che chiudono liquidano o gettano le scorte invendibili. Nessuno di questi attori finisce in prima pagina, nessuno viene accusato di voler “cancellare la conoscenza”, “riscrivere la storia”. Nel mestiere c’è un termine pudico per questo, “il macero”, proprio per non dire “distruzione”.

Anthropic, invece, ha avuto la cattiva idea di lasciare una traccia scritta della sua operazione, e di farla a viso scoperto (beh, fino a quando non è venuta fuori): mentre il macero quotidiano di altri attori resta invisibile.

Il libro è sempre stato considerato sacro, ma bisognerebbe desacralizzarlo un po’. Le persone vengono ancora rimproverate se osano piegare una pagina, annotare nei margini o evidenziare, come se ogni esemplare, ogni tiratura, meritasse una protezione assoluta. Ma un libro che ha davvero valore sopravvive alla prova del tempo.

Se ci si aggrappa ancora così tanto a ogni esemplare (compresi libri mediocri), è legato alla storia del libro: era raro e costoso. Scritto su pergamena (pelle di vitello, di pecora o di capra, una materia prima preziosa) in un’epoca in cui ogni pagina era copiata a mano. Talmente prezioso che persino le dimensioni della leggendaria biblioteca di Alessandria, a lungo ammantata del mito del “sapere totale dell’umanità”, restano dibattute dagli storici: le stime vanno da appena qualche decina di migliaia a diverse centinaia di migliaia di rotoli – l’equivalente, in pratica, del catalogo della FNAC sotto casa vostra o della mia biblioteca di quartiere a Lille. Nel IX secolo, Fozio scrisse la Biblioteca (o Myriobiblon), una raccolta di riassunti e recensioni di centinaia di opere che aveva letto. Molti di questi libri sono poi scomparsi, e per numerosi autori antichi l’unica traccia che ci resta della loro opera è proprio il resoconto che ne ha fatto Fozio. Queste opere si sono perdute nel corso dei secoli, ricopiate o no, giudicate utili o no, a volte semplicemente bruciate per incidente o per guerra.

C’è sempre stata una prova del tempo che decide quali libri sopravvivono. Prima, questa prova si chiamava incendio, guerra, umidità, mancanza di monaci copisti, disinteresse di un re, censura. Oggi si chiama anche macero, scarto bibliotecario, chiusura di librerie… e ora l’IA.

Comunità come Anna’s Archive si sono date la missione di “salvaguardare l’insieme delle conoscenze e della cultura dell’umanità”, aggregando milioni di scansioni provenienti da altre biblioteche digitali e diffondendole sotto forma di torrent perché esistano in molteplici copie, un po’ ovunque nel mondo. L’idea è proprio che un file duplicato migliaia di volte diventa quasi impossibile da far scomparire. Queste piattaforme operano fuorilegge, sono state condannate più volte per violazione massiccia del diritto d’autore.

Di fronte a questo, è difficile sapere chi applaudire: l’uno distrugge un esemplare di ogni libro legalmente (a vantaggio dell’IA che forse libererà l’uomo dai bullshit jobs), l’altro conserva le conoscenze ma illegalmente. Ma ognuno mantiene il controllo su un piccolo territorio: la propria biblioteca. Le copie che scegliamo di tenere a casa, di rileggere, di prestare, di consigliare, a cui regaliamo una rilegatura più solida, sono altrettante copie che sfuggono, alla loro piccolissima scala, al macero, allo scarto o alla scomparsa. Se non si possono salvare “i libri” in generale, si possono almeno salvare i propri.

Da leggere: Non sperate di liberarvi dei libri

Commenti disabilitati su [Riflessione] #41: La distruzione dei libri è un’attività di fondo